Prince, morto “il folletto di Minneapolis”. L’identità di un artista che ha attraversato quattro decadi di pop culture.

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Prince, morto giovedì all’età di 57 anni, è stato innanzitutto un grande artista. Ma la grandezza del personaggio è stata tale da riuscire ad attraversare quattro decadi di pop culture

anche (e a volte anche soprattutto) dal punto di vista dello stile, dell’immagine di sé che ha dato al mondo. Da fine anni Settanta a oggi, Prince ha reinventato se stesso così tante volte da risultare difficile persino elencarle tutte. E lo ha sempre fatto senza perdere nemmeno un briciolo della sua precisa identità.

Uomo e personaggio dall’identità “fluida” ben prima che diventasse di moda, il cantante di Minneapolis ha sempre rifiutato etichette e categorizzazioni, assecondando i propri gusti e le proprie tendenze in ogni ambito della sua vita. Dalla musica alla moda, dalle sonorità all’estetica, ha creato un proprio riconoscibilissimo universo di riferimenti, senza però fossilizzarsi e perdere la voglia di rinnovarsi. Ecco perché, musica a parte, Prince era arrivato intatto ai giorni nostri con tutta la sua sensuale e intrigante carica estetica. Non stupisce, visto che già negli anni Ottanta Prince è stato uno di quelli che la moda la inventava, dettava le tendenze, scompaginava le polverose sicurezze di genere e mischiava le carte come pochi altri nella storia recente della musica. Avrebbe potuto rifugiarsi nella comoda immagine che aveva dato di sé, campando di rendita e rifiutandosi di ascoltare le tendenze degli anni che passavano. Lo hanno fatto tanti suoi colleghi, in fondo.

Lui no. Lui non si è mai adagiato sugli allori. Ha mischiato il maschile e il femminile prima che fosse “cool”, ma quando lo hanno fatto tutti gli altri (per moda, appunto) ha virato su altri sentieri, sempre alla ricerca di nuove personalità, di nuovi modi di essere, di nuove identità. Nel corso dei decenni tante, troppe volte ci si è soffermati sul suo orientamento sessuale. E mai come stavolta si può utilizzare l’abusata espressione “parlare del sesso degli angeli”. Prince è stato un’icona, un feticcio, un simulacro di un tipo di cultura che dagli anni Ottanta in poi è riemersa dalle fogne della società per reclamare il posto che meritava.

Ogni tanto si eclissava, come un meraviglioso animale che doveva semplicemente mutare pelle per tornare più maestoso di prima. Ma è sempre tornato in scena, perché per lui la musica era davvero un efficace modo di esprimersi. Musica e stile, binomio inscindibile. Perché la grande musica conta tanto, ovviamente, ma saremmo ipocriti se sul piatto della bilancia, quando valutiamo il peso specifico di una star, non mettessimo anche tutto il contorno di estetica. Per diventare leggenda (e Prince lo era già in vita, figuriamoci adesso) non basta la bella musica. Serve anche il coraggio di mostrarsi senza filtri, di cambiare quando se ne sente la necessità, di morire e rinascere mille volte nell’arco di 40 anni. Prince è morto e rinato così tante volte che dovremmo considerare questa sua dipartita fisica e terrena solo un ulteriore, necessario passaggio.

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