Cosenza. Bob Dylan compie 75 anni, mani in alto di fronte al più grande di tutti: impossibile raccontarlo…

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Oggi è il settantacinquesimo compleanno di Robert Allen Zimmerman da Duluth, Minnesota, meglio noto come Bob Dylan. Settantacinque anni è

una cifra tonda, un’età importante. Dicono, scrivi un bel ritratto. Certo, rispondi. Poi pensi, ma come si fa a scrivere un ritratto di Bob Dylan che possa contenere tutto quello di significativo che ha fatto in questi settantacinque anni? Non si può, e questo è già un primo tratto distintivo di questo ritratto. Bob Dylan è uno degli artisti più rilevanti della nostra cultura popolare. Per nostra, ca va sans dire, si intende quella occidentale, e quindi anche quella italiana. Solo stare a indicare tutte le influenze del menestrello di Duluth (che brutto nomignolo che gli hanno affibbiato) sui nostri cantautori, da Francesco De Gregori, che recentemente ha in qualche modo reso pubblico il suo amore con un album di cover tradotte, a Guccini, sarebbe opera impegnativa, figuriamoci se volessimo estendere la cosa anche ai colleghi inglesi e americani.

Il fatto è che Bob Dylan, probabilmente come nessun altro, è riuscito nella missione impossibile di coniugare la musica tradizionale americana, quella tradizionale dei bianchi, non dei nativi, quindi il folk, col rock’n’roll, che di quella tradizione è stata in parte evoluzione in parte deriva. Il tutto, essendo artista iconoclasta per sua natura, schivo e piuttosto propenso a farsi gli affari suoi, è avvenuto nel modo più violento e netto possibile.

Esiste infatti una data e luogo preciso in cui Bob Dylan, già leggenda del folk americano, ha deciso di superare la ben visibile barriera che impediva contatti col mondo della musica leggera: 25 luglio 1965 Newport. In quell’occasione il bardo di Duluth, (Dio, che nome orribile gli hanno affibbiato!), si è presentato sul palco del più importante festival folk americano accompagnato da una band tra i cui componenti c’era Mike Bloomfield, con tanto di chitarra elettrica a tracolla. Fu un vero “dramma”, perché il popolo del folk male accolse questa svolta elettrica, sottoponendo Dylan, che seppur giovane era già una leggenda, a una serie di contestazioni violentissime. Ecco, dovessimo fermare Bob Dylan in un unico evento, sarebbe quello. Ma è impossibile, perché Dylan è, senza ombra di dubbio, il cantautore più influente di tutti i tempi.

Il più imitato. Il più seguito. Figlio della cultura di un Woody Guthrie e Pete Seeger, il nome di Dylan viene associato, di volta in volta, al Greenwich Village di New York negli anni Sessanta, quando John Hammond lo introdusse al mondo della discografia, alla già citata svolta elettrica, alle canzoni di pace del movimento degli anni Sessanta, quando si accompagnava con Joan Baez, ma anche a tutta una serie di deviazioni sul percorso, come quella country di Nashville Skyline, quella religiosa degli anni Ottanta, fino all’ultima, sulle orme di Frank Sinatra. Nel mezzo decine e decine di canzoni diventate non solo dei classici, e citarne anche solo una manciata vorrebbe davvero prestare il fianco a legittime critiche, ma veri e propri manifesti della canzone vista come letteratura.

Non a caso, da anni, il suo è uno dei nomi più papabili per il Premio Nobel per la Letteratura, lui che ha fatto della ricerca delle parole su musiche sicuramente non troppo articolate una sorta di marchio di fabbrica. Canzoni, le sue, che ha sempre riproposto dal vivo in versione completamente rivista, spesso storpiata, quasi mai riconoscibili: vezzo, questo, poi ripreso da altri (De Gregori qui da noi). E il live, per Dylan, è sempre stato un momento fondamentale, al punto che ormai da oltre trent’anni il nostro sta portando avanti quello che viene chiamato, a ragione, il Never Ending Tour, sequenza ininterrota di concerti, sempre con scalette diverse, spesso prive dei suoi più famosi cavalli di battaglia (va beh, avevamo detto che non avremmo citato niente, ma come non dire di Blowin’ in the Wind, di Like a Rolling Stone, di A Change is Gonna Come).

Ecco, lo avete capito, è praticamente impossibile, e probabilmente inutile, cercare di racchiudere in un solo ritratto Bob Dylan. Non a caso, quando anche il cinema ci ha provato, nel 2007 con I’m Not There di Todd Haynes, il regista ha optato per l’anomala soluzione di affidare il ruolo di Dylan a ben sei attori diversi, tra i quali due giganteschi Christian Bale e Heath Ledger, e anche Cate Blanchett. Film assolutamente da vedere, questo, non tanto per capire, ma per lasciarsi suggestionare. Così come da non perdersi è il libro del guru della critica musicale Greil Marcus dedicato a Like a Rolling Stone.

Del resto, cosa c’è mai da capire? Basta solo mettersi in ascolto. Perché anche solo voler parlare di chi ha incrociato il palco con lui, nel corso di una carriera che ha tirato fuori album capolavori come Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde o Desire, viene da alzarsi in piedi e battere le mani. Qualche nome? I Grateful Dead di Jerry Garcia, Tom Petty, Daniel Lanois, la Band di Robbie Robertson. Ecco, un album, se mai dovessimo sceglierne solo uno da segnalarvi, inciso con The Band nella cantina della cosiddetta Big Pink,  nei pressi di Woodstock, dopo l’incidente in moto che tenne immobilizzato a lungo Dylan sul volgere degli anni sessanta, è Basement Tapes, una gemma che merita di essere riscoperta, come poi tutta la serie dei Bootleg.

Insomma, questo più che un ritratto di Bob Dylan, settantacinque candele da soffiare oggi, è una resa. Di fronte a un artista come lui non si può che alzare le mani, e poi inchinarsi, possibilmente canticchiando una delle sue tante, tantissime canzoni-manifesto, cercando di imitare la sua voce nasale, l’accento di chi viene dal Midwest. Perché non serve neanche chitarra acustica e armonica a bocca, per farlo, che tanto siamo cresciuti tutti con Mr Tambourine Man o Blowin’ in the Wind.

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