BEETHOVEN DIVENTÒ SORDO E LA SUA MUSICA ESPLOSE …

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Beethoven diventò sordo e la sua musica esplose.
«Beethoven non riuscì mai ad accettare la sua sordità. Si vergognava ad ammettere in pubblico la debolezza del suo udito, un senso che in lui avrebbe dovuto», ecc. ecc. Pesco tra testi e recensioni della letteratura più recente su musici e medici, musica e malattia, e trovo l’affermazione in Anton Neumayr, Musik & Medizin. E ce ne sarebbe, a menzionarli tutti, una mezza dozzina, da Krankheit und Tod grosser Komponisten di Franz Hermann Franken, a Musica e medicina di un tale O’Shea. Roba inutile. Non hanno ancora imparato che le malattie evolvono, e con loro si muove anche lo spirito del malato, se ne possiede uno. L’opinione medica dominante non avanza d’un passo rispetto alla visione più banale della musicografia comune, la grande disgrazia tuttavia superata grazie a imprecisata volontà purificatrice. Storiografia medica e musicale seguono strade parallele che s’incontrano nel tedio inutile.Affermo in contrario che la musica di Beethoven stabilì con il disastro fisico della sordità una relazione stellare, finora non considerata. Dopo i primi anni di panico e vergogna, Beethoven riuscì a separare il male in due sfere distinte che quotidianamente convivono, si attraversano e compensano. Come ogni essere dotato di intelligenza superiore, anche Beethoven ha imparato a vivere l’esistenza a livelli diversi, a dividere ogni male per meglio combatterlo. La sua caratteristica tendenza agli estremi opposti, il lato più scoperto dell’eredità fiamminga, finisce con l’elaborare, per spontanea difesa, due sordità diverse e reciprocamente complementari: la sordità malattia, di cui continua a soffrire e lamentarsi, a cercare e variare medici e medicine («è un triste male, i medici non ne capiscono un gran che, e alla fine lasciano perdere», dirà al signor Sandra), a leggere annunci, a riscaldare illusioni. E la sordità destino, che è solo sua, la cui forza devastante, il «dèmone maligno», finalmente «afferrato alla gola», riuscirà a vincere. E la lotta tra i poli estremi che produce conseguenze mai ben studiate come il conflitto nella sua musica tra scrittura e possibilità.Mozart scriveva per le singole voci. La servetta giornalistica direbbe che personalizzava le melodie. Beethoven non può, e tale spicchio di silenzio lo rafforza ulteriormente nella già rigogliosa tendenza all’astrazione ideale. Il disdegno per il «miserabile violino», l’indifferenza alle proteste degli esecutori vocali e strumentali, singoli e in massa, non sono frutto di arroganza; o di ignoranza, come crede Cherubini, che gli manda il Méthode de chant del Conservatoire perché s’istruisca sulle possibilità polmonari e sia meno feroce con le voci. Sono necessità di sopravvivenza, e diventano comprensibili solo riflettendo a quel limpido lago oscuro e intatto nascosto nel profondo di lui. «Quando tutte le voci si fanno sentire fuori, non ascoltiamo più abbastanza dentro di noi», disse Hans von Bulow. Le eccentricità e sregolatezze armoniche tante volte biasimate, le profezie accordali, gli orizzonti che improvvisi si spalancano nella Missa Solemnis, nelle ultime Sonate, negli ultimi Quartetti, non alludono a nessun futuro, non anticipano nulla di nulla, non sono né vogliono essere tappe di un progresso in cammino. Parlarne come si fa delle licenze e bizzarrie di qualsiasi altro maestro senza porre al centro la sordità, è frode manifesta. Affermare che siano anticipazioni di un qualsiasi Bartok, è frode con raggiro. Ein abstrakter Klangwelt, lo chiama Paul Bekker: un mondo sonoro astratto si è organizzato dentro il suo cervello non per modificare, ma per proteggere quel meccanismo di idea e scrittura che si suol chiamare ispirazione, che non solo in fatto, ma anche in diritto sorpassa costantemente le possibilità di realizzazione. L’esecuzione pedante, perfetta: l’esecuzione fedele e noiosa che dirà Furtwangler cent’anni dopo, per Beethoven non esiste. L’ossessione di un Toscanini che, prima di cominciare la Nona Sinfonia, torturava dieci minuti i suoi poveri archi perché suonassero perfetti unissoni («Così, tutto è preciso, spietata chiarezza, ogni idea di Beethoven è cancellata») gli caverebbe risate (peso bene l’aggettivo, considerando di chi parlo) omeriche. Al diavolo i pedanti, i cronografi, è lo Streben che deve regnare nella musica, lo sforzo per superarsi, la lotta dell’esecutore contro il suo mezzo. Quel Testamento e quella Lettera all’immortale amata che rimasero fino alla morte nei segreti della scrivania corrispondono in modo sbalorditivo allo stimolo della vita attiva sulle opere inerti. Dentro, chiusi nei tiretti della scrivania e del cervello, esercitarono la loro funzione vitale, come un kantismo omeopatico.Fino all’assalto della sordità, si comporta come un disciplinato seguace di Haydn e Mozart, tuttavia arricchito di vene che quei due non potevano neppure supporre. Continua ad allargare, allarga e stringe le giunture del patrimonio ereditato, fa la sua parte di esordio nel gruppo, si comporta come se dovesse riassumere l’opera dell’intera triade, come appare. C’è un momento, intorno al 1795, in cui l’innesto con Mozart sotto la sorveglianza di Haydn, secondo la mal capita profezia, ha una perfezione da manuale di buone maniere artistiche, come se dovesse figurare nella Leggenda di Kris e Kurz.Con la sordità tutto cambia. Nessuna abiura, nessun mutamento di rotta. Ma «il nuovo Mozart» muore qui, e «l’erede di Haydn» di poco gli sopravvive. A trent’anni, il terzo e ultimo salda il debito coi predecessori. Lo stile cambia con lo scopo della sua arte. Lo stile è diventato destino. La lunga frequentazione delle Lettere mi ha persuaso, punto dopo punto, che il contenuto che Beethoven dà alla parola Schicksal, destino, cambia con le stagioni della vita. Ogni stagione ha i suoi frutti. L’accettazione non è rassegnazione. Da quando ha deciso di accettarla, la sordità dilegua dalle lettere, anche quelle ai più cari. L’udito è partita chiusa, non perduta, però. Mutata, in una metamorfosi molto tedesca, e per niente cristiana. Da quando ha deciso di accettarlo, il destino cambia volto, ne assume un altro, guerriero. Via via che si rivela, il volto nascosto viene somigliando a una vittoria. Il percorso verso gli astri, dalla sordità-malattia alla sordità-destino, si scandisce in tempi, fasi e prove riconoscibili che cercherò di mostrare nell’esplorazione del regno dello spirito, che fu soltanto suo.

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