ANDREA PINKETTS CI HA LASCIATI GRANDE MAESTRO E CANTORE DELLA MILANO PULP









A prima vista, non ti lasciava alternative : o lo trovavi simpatico o ti stava sulle p…, sulle scatole – lui preferiva probabilmente la prima versione… -. Il sigaro perennemente in bocca, come il Verdiglione dei (suoi) tempi d’oro, il bicchiere (alcolico, ovvio) in mano, la giacca vistosa. E lo sguardo da duro. Che voleva essere duro. Ed è morto da duro, ieri, a soli 57 anni, Andrea G. Pinketts, lo scrittore milanese che si era conquistato un numeroso e affezionato pubblico con i suoi «noir» fuori registro, spesso sul filo del grottesco, che avevano per protagonista il suo alter ego Lazzaro Santandrea, nato «già grande» nel 1991. «Parlo da un altro pianeta – aveva detto Pinketts poche settimane fa all’ultimo BookCity, cui aveva voluto partecipare comunque, anche da un letto d’ospedale –. E sto lottando per tornare nel vostro». Aveva confidato che la morfina lo aveva indotto a strapparsi i tubi da solo: «Quando sono arrivato qui, il personale medico credeva fossi un pazzo furioso. Ora mi amano. Chiamano le mie parti intime Ivan il Terribile». Ah, queste infermiere… In realtà, ammortizzato il primo impatto, era difficile non trovare simpatico il comunque non sempre facile «macho» Pinketts. Già lo scoprire che in realtà si chiamava Andrea Giovanni Pinchetti, e che il suo Bronx casalingo – quello letterario era un altro – era la ben domestica piazza Bolivar, ti faceva capire che l’aria all’eroe di Mickey Spillane o di Dashiell Hammett divertiva lui, prima di tutti. L’uomo era serio, persino generoso. Lo scrittore, poi, era un maestro della parola, un acrobata dei giochi verbali. A partire subito dai titoli dei suoi romanzi: basti citare «Lazzaro vieni fuori» o «L’Assenza dell’Assenzio». Per non parlare di «Ho una tresca con la tipa nella vasca» e «La capanna dello zio Rom». Un fuoco di fila, un florilegio pirotecnico. A mezzogiorno Pinketts mangiava dalla mamma, la signora che una volta si era sfogata: «Sì, la sua vita burrascosa mi ha fatto soffrire». Per poi riprendersi subito: «Ma in casa non ha mai bevuto o fumato». Poi lo scrittore guadagnava il suo posto di lavoro: il bar. Per anni, prima della ferale chiusura, il «Trottoir», all’angolo di corso Garibaldi: per difenderlo, nel 2013, si era incatenato davanti al locale. Un pezzo esclusivo dell’arredamento, in compagnia delle birre: una delle sue «passioni sfrenate», come, nel suo ordine, «le cattive compagnie, i bar equivoci, i sigari e le donne». E la letteratura. Al «Trottoir» nel 1993 Pinketts, che Einaudi aveva voluto a pieno titolo nell’antologia della «Gioventù cannibale», aveva fondato la «Scuola dei Duri», un movimento di giallisti che volevano raccontare Milano attraverso il crimine. Lui la città l’aveva percorsa anche come pugile e fotomodello. L’Italia come giornalista di fiuto straordinario, fra bestie di Satana e mostri di Foligno. Conquistando entrambe con i suoi romanzi. Finché un «carcinoma squamocellulare» non si è dimostrato più «bastardo» di lui.

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