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CORONAVIRUS TROPPI CASI IN ITALIA









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Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco: «Sulla base dei dati epidemiologici possiamo dire che il virus ha cominciato a circolare in Italia alla fine di gennaio e si è ampiamente diffuso, restando sotto traccia, soprattutto nella cosiddetta zona rossa. Il paziente zero, chiunque egli sia, non aveva alcun motivo di credersi infetto. Il virus ha serpeggiato finché tutte le infezioni della prima ondata destinate ad aggravarsi sono arrivate all’attenzione del Servizio sanitario nazionale. Ci siamo accorti del fuoco quando l’incendio aveva già bruciato gran parte del primo piano, ma si è trattato di una situazione casuale che sarebbe potuta avvenire in altre parti del mondo. Nelle settimane precedenti al manifestarsi del focolaio diversi pazienti in condizioni gravi sono stati ascritti a complicanze delle patologie di stagione, ma probabilmente la causa era Sars-Cov-2». Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all’Università degli Studi di Firenze e componente della Società italiana di Igiene, medicina preventiva e sanità pubblica: «Al momento non sappiamo perché in l’Italia si sia verificato il picco di contagi e non siamo riusciti a ricostruire le tappe dell’arrivo dell’infezione, perché nei primi tempi non si è attivato il tracciamento dei casi con sintomi respiratori. I controlli venivano riservati a chi proveniva dalla Cina (come nel caso dei primi due pazienti ricoverati allo Spallanzani) o aveva avuto contatti con cinesi. Da metà gennaio abbiamo visto, anche nel Lodigiano, casi di polmoniti complicate, forse provocate dal nuovo virus. Non escludo la presenza di uno o più super diffusori: soggetti in cui il microrganismo si replica in quantità tale da poter infettare molte persone in tempi brevi». Il numero elevato di contagi in Italia potrebbe essere anche legato al fatto che si fanno più tamponi e che si notificano anche i soggetti positivi ma non ricoverati? Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Istituto Ortopedico Galeazzi: «Con una metafora potremmo dire che ci siamo resi conto dell’iceberg solo quando è emersa la punta, ovvero il primo caso grave. Solo allora, nel tentativo di tracciare il paziente zero e circoscrivere il focolaio, sono stati eseguiti numerosi test sui soggetti a rischio, individuando casi che in altre nazioni non sono stati presi in esame: molti Paesi infatti hanno scelto di sottoporre a tampone solo i soggetti sintomatici, in quanto più pericolosi in termini di trasmissione ad altri. Peraltro va detto che l’epidemia ha coinciso con un’epidemia influenzale caratterizzata soprattutto dai virus H1N1 e N3N2, che danno effetti respiratori pesanti. Credo che anche in Cina ci sia stata inizialmente una difficoltà legata a questo aspetto: alcuni pazienti possono essere stati ritenuti erroneamente a vittima di patologie stagionali». Paolo Bonanni: «In questo momento noi siamo più avanti nella storia dell’epidemia, probabilmente altri Paesi arriveranno dopo. In ogni caso stanno beneficiando delle misure di contenimento che abbiamo messo in atto: se poi i provvedimenti risulteranno efficaci potranno anche adottarli più precocemente rispetto a quanto si è potuto fare qui. Siamo a tutti gli effetti una sorta di laboratorio per le altre nazioni». Come ci stiamo comportando noi italiani? Massimo Galli: «Se non seguiamo molto bene le norme di precauzione pagheremo un prezzo molto alto. È il momento di essere tutti attenti e disciplinati, evitando comportamenti ribelli e soluzioni individuali che potrebbero esporre a rischi seri».









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