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CHICO FORTI

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E se Chico Forti fosse veramente colpevole? Tutte le contraddizioni e le falle del caso

Il caso Chico Forti, l’imprenditore trentino condannato all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike a Miami, nel 1998, ha mobilitato migliaia di persone che credono nella sua innocenza. E se Enrico Forti fosse veramente l’autore del delitto? Ecco gli elementi con cui la corte di Miami lo ha condannato.

La vicenda Chico Forti è come una di quella figure ambigue con cui l’arte ci ha insegnato a leggere in due modi diversi un’immagine. Così il caso Forti, dove le prove forensi sono assenti e gli indizi tanti e tali da consentire due letture diverse senza che l’una escluda l’altra. Enrico Forti, 60 anni, trentino di origine, campione di surf, imprenditore edile e produttore televisivo, da ventun anni sconta una condanna all’ergastolo, senza condizionale, nelle carceri statunitensi. È stato ritenuto da una giuria di Miami colpevole dell’omicidio di Dale Pike, 40enne australiano figlio di Tony, patron del Pike Hotel, tempio della movida nell’isola delle Baleari. Enrico, Chico per gli amici, ha incontrato per la prima e ultima volta Dale Pike domenica 15 febbraio 1998, alle ore 18, quando è atterrato all’aeroporto di Miami. Ventiquattrore dopo il corpo dell’australiano viene ritrovato senza vita con due colpi di pistola calibro 22 sulla nuca, sulla spiaggia di Miami, accanto al cadavere alcuni oggetti lo identificano e identificano Forti, come uno dei suoi ultimi contatti. Ebbene, da questo punto della storia la lettura del caso apre a una biforcazione. Da un lato quella innocentista, che vuole Forti vittima di un errore giudiziario e getta ombre sulla figura del tedesco Thomas Knott, condannato per truffa; dall’altro quella colpevolista, per cui sarebbe Forti e nessun altro l’unico ad avere movente e opportunità per uccidere. Movente del delitto l’acquisto del Pike Hotel per discutere del quale Pike era volato negli Stati Uniti.

La bugia detta alla polizia (e alla moglie)
Il primo elemento di univoca lettura è senza dubbio la menzogna detta da Forti alla polizia di Miami. Chiamato a testimoniare sull’omicidio, a poche ore dal ritrovamento del corpo, Chico nega agli agenti di aver incontrato Pike all’aeroporto e di averlo fatto salire nell’auto con cui poi si sono allontanati insieme. Non depone a suo favore, considerando che attendeva proprio in quei giorni l’arrivo di Tony Pike, padre della vittima e tenendo conto anche del fatto che era stato lui stesso ad acquistare il biglietto aereo con cui l’ospite era arrivato negli States. Non è tanto questa menzogna, gravissima e automaticamente interpretata come autoincriminante, a lasciare perplessi, ma il fatto che Forti avesse negato perfino con la moglie Heather di aver visto Pike. Se il panico dell’interrogatorio ‘giustifica’ la bugia detta alla polizia, sospetta appare quella detta alla moglie nella telefonata avvenuta poco dopo le 19 lo stesso giorno del delitto. Lui spiegherà di aver mentito alla moglie perché Pike, noto playboy, non era una compagnia apprezzata in famiglia. Chi non ha mai mentito alla moglie? Per la giuria che l’ha condannato, invece, Forti avrebbe mentito perché aveva già ucciso.

‘L’assoluzione’ per la truffa
Il movente, individuato dalla giuria nel parere contrario di Dale Pike alla vendita dell’hotel al padre affetto da demenza, per gli innocentisti cade automaticamente nel momento in cui contro Forti cade l’accusa di truffa. Se la vendita (di fatto mai avvenuta) del Pike Hotel non è stata fraudolenta, allora Chico non avrebbe avuto alcun motivo di uccidere Pike. Per la Felony Murder Rule, la legge che regola il felony murder, ovvero l’omicidio avvenuto come esito di un altro crimine, la truffa appunto, prescrive che non si proceda per quest’ultimo crimine, ma solo per l’omicidio. Tecnicamente, dunque, Forti non è stato assolto dall’accusa di truffa, semplicemente, il capo di imputazione di truffa è stato sospeso perché movente.

Il documentario
Nella battaglia per l’innocenza di Forti, i suoi sostenitori hanno sostenuto che contro di lui, vi fosse un pregiudizio da parte della Polizia di Miami dovuto alle critiche implicite in uno dei documentari girati dal produttore. Nella ricostruzione della morte di Andrew Cunanan, il serial killer assassino di Gianni Versace, Forti critica l’operato della polizia locale, che avrebbe forzato la ricostruzione in suicidio. Quel video, tuttavia, non è stato diffuso in America, dove la polizia locale si sarebbe sentita danneggiata, ma solo in Italia e Francia.

L’arma del delitto
A favore, ma anche contro, Forti, c’è la presunta arma del delitto, la pistola calibro 22 con cui sono stati esplosi due colpi mortali. Secondo la polizia è la stessa arma pagata da Forti in una negozio di Miami, dove è andato con Thomas Knott. Forti sostiene che la pistola fosse di Knott e di averla semplicemente pagata perché Knott aveva problemi con la sua carta. L’arma, a detta del venditore, è stata ritirata l’indomani da un’altra persona. Chi aveva effettivamente la pistola e che fine ha fatto?

Italia vs America
Contro la polizia di Miami e il suo modus, i sostenitori di Forti lamentano anche la clamorosa bugia della morte di Antony Pike detta a Chico per scatenare la sua reazione emotiva e spingerlo a esporsi. Secondo le leggi americane, però, la polizia ha piena libertà di mentire a un sospettato (Sentenza Frazier 1969). È una delle tante differenze tra il americano e quello italiano. In dubio pro reo, si dice da noi, dove è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente. Non così in America, culla di democratica civiltà, dove Chico Forti ha scelto di vivere.

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