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La direttrice finanziaria di Huawei e figlia del capo è stata arrestata

 

 

 

 

 

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La direttrice finanziaria di Huawei e figlia del capo è stata arrestata

Su richiesta degli Stati Uniti che ora ne chiedono l’estradizione: sembra c’entri la violazionedelle sanzioni contro l’Iran

La direttrice finanziaria (CFO) dell’azienda tecnologica cinese Huawei, Meng Wanzhou, è stata arrestata in Canada su richiesta degli Stati Uniti, che ne hanno chiesto l’estradizione. Meng è anche la figlia del fondatore di Huawei. L’arresto è avvenuto il primo dicembre scorso ma la notizia è stata diffusa dalle autorità canadesi nella serata del 5 dicembre, senza fornire ulteriori dettagli. Secondo i media statunitensi, Huawei avrebbe violato l’embargo commerciale imposto dagli Stati Uniti all’Iran, vendendo prodotti per le telecomunicazioni che utilizzano brevetti statunitensi sotto licenza. La vicenda rientra nei difficili rapporti di Huawei con il governo degli Stati Uniti e, più in generale, nella cosiddetta “guerra commerciale” avviata dal presidente statunitense Donald Trump contro la Cina e i suoi prodotti.

Meng è una persona molto importante all’interno di Huawei, in cui lavora dal 1993. Il suo arresto è avvenuto a Vancouver mentre stava attendendo una coincidenza tra due voli. Le accuse nei suoi confronti sono state formulate dalla procura dell’Eastern District di New York, ma né il dipartimento di Giustizia né la stessa Huawei hanno fornito molti altri dettagli.

Huawei è conosciuta in Europa soprattutto per i suoi smartphone, tra i primi provenienti dal mercato cinese ad avere avuto un buon successo commerciale per la loro qualità rispetto ai classici cellulari economici provenienti dall’Asia. L’azienda ha però una grande rilevanza anche nel settore delle telecomunicazioni, per il quale produce sistemi e apparati per la trasmissione e la gestione dei dati. Molti paesi basano parte delle loro reti di telecomunicazioni – una delle più importanti risorse strategiche per una nazione – sulle soluzioni prodotte da Huawei.

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Da tempo gli Stati Uniti accusano Huawei di fare spionaggio per conto del governo cinese e di vendere i suoi sistemi a paesi come Iran, Sudan, Siria e Cuba, verso i quali hanno imposto sanzioni e restrizioni commerciali. Alcune delle tecnologie utilizzate da Huawei derivano da brevetti statunitensi, utilizzati sotto licenza, che quindi non potrebbero essere vendute ai paesi verso i quali sono state stabilite sanzioni. Nei mesi scorsi si era ipotizzato che gli Stati Uniti stessero indagando Huawei proprio per le sue attività commerciali in Iran.

In seguito all’accordo sul nucleare, raggiunto con difficoltà e dopo una lunga trattativa nel corso della seconda amministrazione Obama, gli Stati Uniti avevano sospeso buona parte delle sanzioni economiche verso l’Iran, ammorbidendo i rapporti con il paese. L’attuale presidente statunitense, Donald Trump, si è schierato fin da subito contro l’Iran e con l’Arabia Saudita, si è ritirato dall’accordo sul nucleare e ha nuovamente imposto sanzioni nei confronti del paese. Questa scelta ha complicato i rapporti commerciali con l’Iran di numerose aziende, da poco tornate a fare affari con il paese.

L’arresto di Meng è avvenuto nello stesso giorno in cui Trump stava incontrando il presidente cinese, Xi Jinping, in Argentina in occasione del G20 organizzato lo scorso fine settimana. Nel loro incontro, i due presidenti hanno concordato un tregua di tre mesi sull’avvio di nuovi dazi per le reciproche importazioni, confidando di trovare un accordo commerciale nelle prossime settimane per fermare l’introduzione di nuove imposte sui prodotti venduti dai due paesi. Nei giorni seguenti i rapporti tra i due paesi sono nuovamente peggiorati, in seguito ad alcuni tweet molto aggressivi di Trump. La vicenda di Meng e di Huawei aggiungerà probabilmente nuovi elementi di scontro tra i due paesi.

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Il confronto tra Stati Uniti e Cina nel settore tecnologico si è fatto molto serrato da quando Trump è presidente. Lo scorso marzo, citando motivi di sicurezza nazionale, il governo degli Stati Uniti bloccò un’offerta da 117 miliardi di dollari presentata da Broadcom, un produttore di microchip di Singapore, interessata ad acquistare la concorrente statunitense Qualcomm. Un mese dopo, il dipartimento del Commercio vietò a ZTE, il secondo più grande produttore cinese di sistemi di telecomunicazioni, di accedere ai componenti prodotti dagli Stati Uniti. In quel caso, il divieto fu motivato sostenendo che ZTE avesse violato le sanzioni imposte contro l’Iran e la Corea del Nord. La Cina rispose bloccando buona parte delle attività commerciali di ZTE negli Stati Uniti, causando un serio danno economico. Alla fine, Trump intervenne per sbloccare la situazione, dando nuovo accesso a ZTE in cambio del pagamento di una multa da 1 miliardo  di dollari, della sostituzione di alcuni suoi dirigenti e del libero accesso alle sue attività per ispezionarle.

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