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LA RIPRESA CHE NON ESISTE…









Golden Globe 2020, il discorso di Joaquin Phoenix sul clima: “Basta jet privati”.

L’attore, premiato per la sua interpretazione in “Joker”, ha lanciato un appello ai colleghi in sala: “Facciamo dei sacrifici, cambiamo il nostro stile di vita quotidiano”

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Un’interpretazione da Golden Globe, quella di Joaquin Phoenix in “Joker”, che si è guadagnato la statuetta come migliore attore in un film drammatico. E dal palco non ha perso l’occasione di lanciare un messaggio ambientalista.

L’appello ambientalista

L’attore si è rivolto ai colleghi del mondo del cinema in sala invitandoli a prendere consapevolezza della gravità del cambiamento climatico. “Non mi piace agitare le acque – ha detto la star – ma per quanto riguarda il clima, navighiamo già in piena tempesta. Dobbiamo prendere sulle nostre spalle questa responsabilità cambiando il nostro modo di vivere quotidiano: magari evitiamo di prendere jet privati per andare a Palm Springs, io cercherò di fare del mio meglio, cercate di farlo anche voi”. 

Gli altri appelli per il clima

L’ambiente è stato al centro dei riferimenti all’attualità durante la cerimonia. L’attore australiano Russell Crowe, premiato per “The Loudest Voice”, ha scelto di non partecipare alla serata per restare in Australia durante i roghi; l’attrice australiana Nicole Kidman ha pianto pensando alla sua casa in fiamme…
















 

 

 

 

 

 

Chiuso per mancata ripresa. Nella «letargo esistenziale» secondo l’ultima definizione del Censis che anestetizza il Paese al tempo dello «zero virgola», l’onda lunga della crisi soffoca il pilastro più indifeso della nostra economia, che resiste ma non si rialza. Le attività commerciali e i pubblici esercizi che continuano a chiudere da Nord a Sud, lasciando i centri urbani in un avanzato stato di «desertificazione», come denuncia l’Osservatorio di Confesercenti, sono ben di più rispetto a quelli che tagliano il nastro. Non sono bastate le previsioni di crescita, le iniezioni di fiducia e ottimismo veicolate nel mantra dell’«Italia che riparte» per evitare l’emorragia di 29mila negozi, bar e ristoranti che nel 2015 sono stati costretti ad abbassare le serrande. Così l’anno che sta per finire segna il cronico solco negativo che dal 2011 attanaglia il comparto nel Belpaese, riconsegnando un saldo tra aperture e chiusure in rosso che seppur sfumato rispetto al 2014, quando il risultato tra cessate attività e nuovi inizi è sprofondato a soglia -34mila, resta comunque peggiore delle attese, avverte il rapporto dell’associazione. L’illusione che proprio il 2015 potesse essere l’atteso giro di boa dopo la recessione, si frantuma insieme al trend delle nuove aperture. La brezza che soffia in poppa ai consumi non basta per trainare la ripartenza, e così mentre diminuiscono le vetrine abbandonate calano anche le nuove attività: 37mila, secondo le stime dell’Osservatorio, 5mila in meno rispetto al 2014, quando ancora in piena crisi le neonate imprese sono state 42mila, mentre nel 2013 se ne contavano 45mila. Risultato: la spirale resta negativa, l’auspicata boccata d’ossigeno si esaurisce negli spazi vuoti degli oltre 600mila locali sfitti che popolano i centri storici, dove canoni di locazione stellari spengono iniziative ed entusiasmi, e presentano il conto di margini sempre più risicati. «La ripartenza dei consumi è ancora troppo recente e modesta – dice il presidente di Confesercenti, Massimo Vivoli – per portare ad una rapida inversione di tendenza. Le nuove aperture sono bloccate dalla stretta del credito e dalla riduzione dei margini di impresa, erosi dalla crisi e da una fiscalità cresciuta quasi costantemente negli ultimi cinque anni». Quelli in cui il settore tra commercio in sede fissa, ristorazione e servizio bar ha visto 346mila imprese abbandonare l’attività, contro appena 207mila aperture, con un bilancio di 140mila chiusure. Significa che ogni giorno, in media, per 114 negozi che aprono, altri 190 hanno gettano la spugna, con un’emorragia di 76 esercizi. Tra le regioni, la maglia nera è della Sicilia, che dal 2011 ha registrato la fine di 16.355 imprese. Seguono la Lombardia con 14.327 attività perse, e la Campania con 13.922, mentre tra le città è Roma ad aver sofferto più di tutte con 7.500 tra negozi, bar, caffè e ristoranti rimasti schiacciati dalla crisi. A Torino sono cessate nello stesso periodo 3mila imprese, e a Napoli 2.327. L’unica a superare la linea rossa è Padova, dove dal 2011 il commercio è cresciuto, anche se solo di 42 unità. «Battuta ogni previsione più fosca – commenta su Facebook Giovanni Toti, presidente della regione Liguria e consigliere politico di Forza Italia – È questa l’Italia di Renzi?».

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