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L’AMORE TRA CARRIE FISHER E PAUL SIMON CON DROGHE E FARMACI









Due anni fa moriva l’attrice, protagonista di una love story infuocata col cantante. Carrie Fisher e Paul Simon: un amore travolgente tra droghe, farmaci e fughe in Amazzonia. «La cosa brutta della mia relazione con Paul Simon – ha raccontato Carrie Fisher qualche anno prima di morire di infarto esattamente il 27 dicembre di due anni fa – era che eravamo animali simili. Dovevamo essere un fiore e un giardiniere e invece eravamo due fiori nel sole splendente. E quindi bruciavamo». Una definizione perfetta per una storia d’amore fatta di puro materiale combustibile. Un lungo travaglio, un calvario, una passione insostenibile e una storia finita, secondo gli annali, più per sfinimento che per reale disamore. I due si conoscono nel 1977, Carrie Fisher ha appena finito di girare il primo episodio di Star Wars e, con già alle spalle un ruolo in Shampoo al fianco di Warren Beatty, è una ventunenne perfettamente inserita nello showbiz hollywoodiano. Figlia del cantante Eddie Fisher e dell’attrice Debbie Reynolds, Carrie ha una familiarità innata con la notorietà ma ha altresì una confidenza acquisita da giovanissima con i problemi a essa connessi. L’amore con Paul Simon esplode in un baleno e nonostante i numerosi corteggiamenti e flirt in corso (tra gli altri con Mike Nichols, David Geffen e Richard Dreyfuss), Fisher va a vivere con lui in un appartamento nella zona ovest di Central Park. L’attrice però vive un’esistenza profondamente instabile e piena di solitudine fin dall’infanzia. Lascia la Beverly Hills High School per diventare attrice esattamente come qualche anno dopo lascerà l’Università per raggiungere il set di Star Wars; entra in contatto con le droghe da giovanissima, a tredici anni. Un paio di anni dopo, quando Debbie Reynolds scopre che la figlia quindicenne si è detta incuriosita dall’LSD, chiama Cary Grant – che ha fatto uso della sostanza negli anni ’60 per motiviazioni più e meno legate alla sperimentazione – e lo spinge a spiegare severamente alla piccola Carrie quali siano i mali arrecati dall’uso degli allucinogeni. Una lezione che, ovviamente, si rivelerà del tutto inutile. Carrie Fisher, racconta Paul Simon, «è una specie di bellissima trottola inarrestabile», è intelligente, acuta, appassionata, estrema. La documentazione su questa storia d’amore è confusa e ricchissima, a partire da quanto raccontato in Homeward Bound: The Life of Paul Simon, la biografia di Paul Simon scritta da Peter Ames Carlin, uscita l’11 ottobre del 2016 negli Stati Uniti, a pochi mesi dalla scomparsa di Fisher. La giovane Principessa Leia, racconta Carlin, è dotata di una specie di energia selvaggia e mentre Paul Simon sogna di stare con lei accoccolato sul divano a incrociare le dita delle mani, lei vaga per il Greenwich Village per comprare magliette strappate, si alza a mezzanotte per andare a ballare a Tribeca fino all’alba, si mette a fare partite a biliardo, strafatta, nel cuore della notte. Carrie se ne va in giro per il mondo: Svizzera, Caraibi, Hamptons. Fughe stravaganti e drogate che non fanno che raccogliere la disapprovazione di Simon per quelle abitudini supersoniche che lacerano le fibre che li tengono insieme. A metà del 1983 provano a lasciarsi per sempre. Carrie si dà alla pazza gioia, frequenta le feste di tutta Hollywood e trascorre la vita tra party esclusivi e segreti, serate in ville di Martha’s Vineyard che, infine le porteranno al dito un anello di zaffiro ricevuto da Dan Aykroyd, incontrato sul set di The Blues Brothers. I due hanno una relazione e un giorno, dopo averle salvato la vita con la manovra di Heimilich mentre si sta strozzando con un cavolino di Bruxelles, lui le chiede di sposarlo. Lei dice sì, iniziano i preparativi ma dopo poco lo lascia, torna da Simon e lo sposa. Al matrimonio, il 15 agosto dell’83 nell’appartamento di Simon, ci sono tutti: Art Garfunkel, i genitori di Paul e suo fratello, Eddie, poi i famosi genitori di Carrie, Eddie Fisher e Debbie Reynolds, e il suo fratellastro cristiano, Todd. E così tanti altri: Robin Williams e signora, Randy Newman, Billy Joel e la sua nuova compagna, la modella Christie Brinkley e naturalmente George Lucas e un centinaio di altri amici attori, musicisti, collaboratori. Nella straordinaria «Hearts and bones», Paul Simon scrive della sua sposa che brucia: «Two people were married The act was outrageous The bride was contagious She burned like a bride These events may have had some effect On the man with the girl by his side The arc of a love affair: his hands rolling down her hair. Love like lightning shaking till it moans Hearts and bones». Le cose, ovviamente, non migliorano dopo le nozze, ma i due non divorziano: non fanno che scontrarsi e incontrarsi: si lasciano, poi ricominciano a parlare, telefonarsi, vedersi. Vivono a Beverly Hills, vivono a New York, vivono insieme ovunque e ovunque si separano: c’è sempre qualcosa di perfetto quando stanno bene e Paul Simon la ama di una passione disperata. «Carrie è tagliente», racconta Paul, si muove come un tornado per giorni o settimane. A metà degli anni ‘80 va in rehab per disfarsi delle sue peggiori abitudini, ma i farmaci e le droghe sono solo i sintomi di una depressione maniacale ora precisamente diagnosticata che l’ha accompagnata per tutta la vita adulta. La storia si chiude definitivamente dopo un viaggio in Amazzonia quando Paul Simon, alla ricerca di ispirazioni e sound per i suoi dischi, parte con lei e i due provano a ritrovarsi in ogni modo, persino tentando gli effetti dell’ayahuasca. Alla fine della cerimonia mettono a fuoco di aver passato la maggior parte di dodici anni insieme, guidandosi l’uno verso l’altra nel modo peggiore. Quando scendono dall’aereo a New York la loro avventura è terminata. Lei se ne va e non torna più. «She is like a top, she cannot stop, she moves on» scriverà lui in “She moves on” del 1990, una delle canzoni letteralmente infestate dal fantasma di Carrie: «abandoned, forsaken / in her cold coffee eyes». Carrie è anche protagonista di «Further to Fly», sempre contenuta in «The Rhythm of the Saint» dove tra congas, bonghi e tamburi, i pensieri sulla fine dell’amore si intrecciano a quelli sull’invecchiamento e la morte, a dolore così profondo che può essere follia o, come canta Paul: «una piccola menzogna morbosa». Una canzone che si conclude, poi, con la ricerca profonda della forza utile a lasciar andare chi amiamo. E poi, nello stesso album, c’è “Spirit Voices”: una cascata amazzonica, una pioggia di chitarre armoniche, triangoli e synth che sembrano richiamare l’incantesimo dell’ayahuasca, l’ultima festa funebre di un amore tanto vitale e insieme senza futuro.

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