STATI UNITI E CINA GUERRA FREDDA








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‘’STATI UNITI E CINA ALLE PORTE DI UNA NUOVA GUERRA FREDDA’’ – PECHINO ALL’ATTACCO: ACCUSA GLI STATI UNITI DI AVER DIFFUSO IL VIRUS A WUHAN. E MINACCIA CHE NON FORNIRÀ LORO MASCHERINE E RESPIRATORI PER AFFRONTARE L’EMERGENZA DEL COVID-19, SE TRUMP NON APRIRÀ IL MERCATO DEL 5G A HUAWEI – IL POLITOLOGO IAN BREMMER: “IL CORONAVIRUS DANNEGGERÀ TRUMP. LA SUA RICANDIDATURA È STATA COMPETITIVA FINCHÉ AVEVA ALLE SPALLE UN’ECONOMIA SOLIDA”

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Se prima era un dubbio, ora è una certezza. La pandemia del coronavirus è la goccia che fa traboccare il vaso. Ora Stati Uniti e Cina sono davvero alle porte di una nuova Guerra Fredda, dice a Formiche.net Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group, politologo, editorialista del Time. L’Italia è al centro del campo di battaglia. Anzi, non proprio al centro. La Cina si trova avanti. Questo non toglie che è la vera responsabile di tutto questo e che ha gestito in modo pessimo la risposta iniziale, seguita poi dalla soppressione dell’informazione cruciale sul virus e dal rifiuto di permettere il pieno accesso al Cdc (Center for desease and control prevention, ndr) e all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità).

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La sua fortuna risiede nelle fiacche risposte degli altri Paesi, che hanno fatto sembrare buona, al confronto, quella cinese. Da qualche settimana è in corso un immenso giro di vite che ha aiutato la Cina, accompagnato da una solida operazione diplomatica in Europa. È esattamente quel che la Cina sta cercando di fare. Visto quanto male ha gestito Trump
l’emergenza negli Stati Uniti, si dimostra una narrazione efficace. L’unilateralismo e i rapporti genericamente deboli di Trump con gli alleati europei (entrambi emersi all’inizio di questa settimana nella decisione di vietare i viaggi dall’Europa senza informare prima gli europei) non hanno fatto che aggiungere benzina sul fuoco. Il suo approccio America First gli si sta gravemente ritorcendo contro in questo caso.

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Lo danneggerà, questo è sicuro. Finora la sua ricandidatura è stata competitiva perché aveva alle spalle un’economia solida, che ora di colpo non sembra più così solida. D’altra parte, l’emergenza lo spingerà a lavorare molto di più per delegittimare Joe Biden con un aumento delle indagini su Burisma e Hunter Biden. Il coronavirus cambierà forma alla corsa presidenziale, vedremo fino a che punto. Le prossime settimane saranno decisive. Si chiama information warfare, niente di più. In Cina i media sono sempre più negativi sugli Stati Uniti, e d’altro canto Trump e i suoi alleati repubblicani hanno iniziato a parlare della “febbre di Wuhan”, utilizzando altri nomi poco lusinghieri. Finché va avanti così, c’è un’alta probabilità che si trasformi in una vera Guerra Fredda. Assolutamente no. Sono parte della campagna diplomatica che, è bene ripeterlo, è paradossale se consideriamo che il coronavirus viene da Wuhan ed è esploso per una pessima gestione dei cinesi. Questa operazione di sensibilizzazione, che secondo i cinesi prevede l’arrivo di due milioni di mascherine, renderà l’Europa molto più dipendente dalla Cina, e più propensa a resistere agli Stati Uniti su questioni come la concessione del 5G a Huawei. Non in modo esplicito. Ma la realtà è evidente e la Cina farà in modo che tutti captino il messaggio. Non che debba faticare tanto per riuscirci.

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Siamo di fronte a una pandemia. Che coinvolge anche le menti di politici e portavoce governativi, capaci in questi giorni tragici di rilanciare voci incontrollate pescate su siti che diffondono teorie cospirative. A gennaio scesero subito in campo gli anti-cinesi con l’ idea che il coronavirus fosse stato «creato» o fosse «sfuggito» da un centro di ricerca sulla guerra biologica in Cina. O dal Laboratorio di biosicurezza nazionale di Wuhan, dove si studiano rimedi contro Ebola, Sars e altre malattie terribili. Il problema è che alle dicerie del web impreparato scientificamente e irresponsabile (nel senso che non deve rendere conto a nessuno) hanno dato risalto anche politici e funzionari governativi. Il capo della diplomazia americana Mike Pompeo insiste a parlare di «Wuhan virus». Da parte cinese, circola di rimando la storia che il Covid-19 a Wuhan sarebbe arrivato non nella carne di pipistrello al mercato cittadino di animali selvatici. Ma negli spogliatoi degli atleti che a ottobre parteciparono ai Campionati Mondiali Militari.

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E, guarda caso, tra 109 nazionali e 9.300 partecipanti, i portatori sarebbero stati i soldati della squadra statunitense. Secondo questa ipotesi senza alcuna copertura scientifica, nei giorni delle gare (18-27 ottobre 2019) cinque atleti militari sarebbero stati ricoverati in ospedali di Wuhan. Nemmeno si precisa di quale nazionalità fossero i soldati, ma i complottisti giurano che fossero stati contagiati dagli americani, che si sarebbero portati il virus da casa. Viene citato il laboratorio militare di Fort Detrick, Maryland, come origine del coronavirus. Spazzatura.

Ma ora viene cavalcata da Zhao Lijian, portavoce e vicedirettore del Dipartimento Informazione degli Esteri a Pechino. Su Twitter Zhao ha scritto ai suoi 310 mila followers: «Prendetevi pochi minuti per leggere un altro articolo. È così sconvolgente che ha cambiato molte cose nelle quali credevo…». Nel post è accluso il link a un sito canadese esperto dl complottismo. «Può essere stato lo US Army a portare l’ epidemia a Wuhan. Serve trasparenza! Gli Usa ci devono una spiegazione», ha twittato il funzionario. La sua sparata è stata rilanciata su Weibo, la piattaforma mandarina, e condivisa cinque milioni di volte. Il «bacillo» della disinformazione prolifera senza confini. L’ Iran ha spinto sulla tesi del complotto americano per giustificare la situazione disastrosa all’ interno del Paese, con vittime tra i cittadini e personalità.

La narrazione dei mullah ha insistito sulla superiorità morale e tecnica di Pechino, sulla disorganizzazione statunitense, su una manovra ordita per indebolire la Cina con un’ infezione contenente componenti misteriose e Hiv. Alcuni canali russi sono stati solerti nel rilanciare «rivelazioni», anche se le bugie raccontate dopo l’ abbattimento del jet ucraino hanno tolto forza alle versioni che escono dai palazzi khomeinisti. Il Bahrain, rivale di Teheran, ha dato la sua interpretazione accusando gli ayatollah di aver scatenato un’ aggressione batteriologica. Tutto chiaro, allora? No. C’ è ancora tanto da scoprire sulla crisi globale, sulla sua nascita. Non mancano aspetti controversi, sequenze temporali da fissare (quando è iniziata veramente la diffusione del virus), responsabilità da scoprire. Ma devono farlo investigatori indipendenti e seri, visto che il problema non è più solo della Cina.

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No Huawei, no party. Se gli Stati Uniti non apriranno il mercato del 5G al colosso della telefonia mobile cinese, la Cina non fornirà loro mascherine e respiratori per affrontare l’emergenza del Covid-19. Parola del Global Times, quotidiano anglofono del Partito comunista cinese (Pcc). Con un’analisi geopolitica della sfida tech fra Washington e Pechino il foglio di partito ha spiegato che la Città Proibita è pronta a rifarsi sull’avversario americano qualora dovesse mettere al bando Huawei dalla rete di ultima generazione. La frase è attribuita a Ma Jihua, docente all’Università di Scienza e Tecnologia di Wuhan, epicentro della pandemia. Ma trova il pieno endorsement editoriale, con questo titolo: “Gli Stati Uniti sono avvisati di non escludere Huawei”. “Il problema di Huawei è stato elevato a uno degli interessi nazionali – dice l’esperto – e le aziende cinesi potrebbero cessare di fornire le tanto necessarie mascherine se gli Stati Uniti provocassero (una guerra con Huawei)”.

Il ragionamento prosegue così: il governo americano è dipendente dalla tecnologia cinese per costruire la banda ultralarga così come dall’equipaggiamento made in China (la supply chain della maggior parte dei respiratori ha origine nel Dragone) per gestire l’emergenza coronavirus. Se interrompe la prima catena, Pechino interrompe la seconda. “Gli Stati Uniti hanno di recente garantito delle esenzioni per i prodotti medici dalla Cina, dando un segnale tacito della loro dipendenza dai rifornimenti cinesi esattamente come le aree rurali americane dipendono dall’equipaggiamento Huawei”, spiega l’articolo, prontamente ripubblicato su Sputnik International, quotidiano dell’agenzia stampa governativa russa che, pur non avendo alcun accordo editoriale con il Global Times, ha ritenuto di rilanciare integralmente il monito cinese.

Non è la prima volta che la pandemia virale viene associata alla battaglia per il 5G. Solo una settimana fa Thomas Green, avvocato di Huawei di Shenzen, ha dichiarato che il processo in corso negli Stati Uniti contro l’azienda cinese e la sua numero due nonché figlia del fondatore, Meng Wanzhou, in Canada in attesa di estradizione con l’accusa di riciclaggio internazionale e corruzione, è viziato dal Covid-19, che impedisce agli avvocati di viaggiare e difendere l’assistito. L’occhio per occhio, dente per dente ventilato dal partito di Xi Jinping nei confronti degli Stati Uniti, mentre si apprestano a fare i conti con gli effetti devastanti della pandemia nata a Wuhan, dimostra che il governo cinese è pronto a fare degli aiuti umanitari una cruciale leva negoziale. Lo ha fatto capire lo scorso 23 febbraio il presidente Xi, quando in video-conferenza stampa con 170mila ufficiali ha promesso che una vittoria sul coronavirus avrebbe dimostrato al mondo “i vantaggi notevoli della leadership del Partito comunista cinese”.

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Una narrazione che stride con quella che circonda, in queste ore, l’arrivo in Italia di equipaggiamento medico dalla Cina per aiutare i reparti della terapia intensiva, descritto, anche da importanti esponenti della politica italiana, come “donazione”, per cui avrebbe fatto da intermediaria Intesa San Paolo. Il fattore umanitario, se esiste, dovrebbe essere letto anche alla luce di questo massiccio sforzo diplomatico. Delle tante contropartite diplomatiche, quella del 5G è una delle più delicate. Cina e Stati Uniti si trovano oggi di fronte a un sostanziale stallo. Il governo americano non è riuscito a convincere i partner europei della pericolosità di una rete in mano alle aziende cinesi, che l’intelligence d’Oltreoceano accusa di spionaggio per conto del Pcc. È di queste ore l’indiscrezione rilanciata da Reuters e confidata da due ufficiali dell’Annsi (i Servizi segreti francesi) che il governo francese, uno degli ultimi in bilico sul da farsi, sarebbe propenso a sposare la soluzione già scelta da Londra: concedere a Huawei un accesso parziale alla rete, escludendolo solo dalla parte “core”. È anche vero che il mercato americano diventa sempre più stretto per il colosso di Shenzen, che ha sì ricevuto un’altra proroga del bando presidenziale introdotto per decreto nel maggio 2019, ma deve anche fare i conti con una tamburellante controffensiva legislativa del Congresso Usa, dove un fronte bipartisan di senatori e deputati sta lavorando per mettere alle strette Huawei nel mercato del 5G. Se il quotidiano ufficiale di partito chiama in causa addirittura il coronavirus, significa che dalle parti di Pechino si è ben lontani dal considerare questa battaglia già vinta.








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