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VELE SCAMPIA

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Abbattute le Vele a Scampia: l’utopia, la realtà e la fiction.

Erano nate come simbolo dello sviluppo delle periferie, sono diventate il simbolo dello spaccio e del degrado. A dispetto di migliaia di cittadini onesti che ci vivono.

Dovevano essere un simbolo di sviluppo della periferia, moderno e a misura d’uomo, ma si sono trasformate nell’emblema del degrado che alimenta il crimine organizzato. Dici Scampia e pensi alle piazze di spaccio, senti parlare delle Vele (di cui oggi sono iniziate le operazioni di demolizione) e vedi la scenografia di Gomorra. E’ quasi inevitabile, a dispetto delle migliaia di cittadini onesti costretti a vivere in una zona che non è mai stata ciò che qualcuno aveva promesso che fosse, e a convivere con la camorra che al nome di quel quartiere ha legato un pezzo della sua triste fama. Equazione troppo facile ma ormai ineludibile: come mafia e Corleone, ‘ndrangheta e San Luca, o Africo. E non per colpa della letteratura, dei film o delle serie tv, se qualche colpa bisogna proprio cercare; semmai di chi per decenni non è stato in grado di invertire la rotta.

La faida sanguinosa e terribile che di quel sobborgo ha preso il nome ha acquisito una notorietà e perfino un’epica che nulla toglie alla sua e negatività, fino a diventare l’archetipo della ferocia camorristica che non solo uccide le persone ma violenta la convivenza civile. Ma prima ancora di interrogarsi su questo ingiusto sinonimo, c’è da chiedersi perché in una periferia dove si annunciava rinascita è stato possibile sviluppare solo incuria e abbandono. Da parte delle istituzioni, soprattutto, che non hanno saputo o voluto accompagnare quel progetto futuristico con finanziamenti, infrastrutture e presenze necessarie a farlo crescere. Invece c’è stato il vuoto, e nel vuoto ha preso piede il crimine organizzato che sa sostituirsi allo Stato in ogni sua forma. Presentandosi alle persone come una conseguenza naturale se non – peggio ancora – come un surrogato utile a soddisfare i bisogni primari lasciati senza risposta. A cominciare da lavoro e assistenza, che tradotto in una realtà prevalentemente povera significa semplicemente soldi, vale a dire ciò che il crimine riesce ad accumulare e distribuire come e a chi vuole. In primo luogo grazie al traffico di droga.

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Non c’è bisogno di troppi sociologismi per risalire ai motivi per cui quelle strutture architettoniche avveniristiche ispirate nientemeno che alle visioni di Le Courbusier e Kenzo Tange, due dei più grandi urbanisti del Novecento, siano finite per essere associate con maggiore e quasi automatica frequenza ai nomi veri dei boss del clan di Lauro, o a quelli immaginari delle fiction come Genny Savastano e Ciro Di Marzio. E’ il destino di un quartiere chiamato anche Centosessantasette (dal numero della legge degli anni Sessanta che doveva regolare l’edilizia popolare residenziale), dove le premesse e le promesse tradite hanno lasciato campo libero all’illegalità divenuta sistema. Anzi Sistema, come viene chiamato l’insieme dei traffici organizzati della camorra. Capaci di usurpare il nome di un territorio e inquinare anche la vita quotidiana dei cittadini onesti e incolpevoli, costretti a subire la cattiva reputazione legata alla simbologia, oltre al degrado. Ecco perché l’abbattimento può diventare un’occasione di riscatto. Con la speranza che non sia l’ennesima occasione perduta.

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